La materia si percepisce prima di vedersi
Prima ancora di guardare una stanza la percepiamo, attraverso la temperatura del pavimento, la risposta acustica dei passi, la luce che una parete trattiene o restituisce, e quando finalmente la guardiamo il giudizio è già cominciato. La materia parla prima della forma e quello che dice resta addosso a chi vive uno spazio molto più a lungo di un colore o di un arredo.
Il giaietto e la sua imitazione
Nell’Inghilterra vittoriana, dopo la morte del principe Alberto nel 1861, la regina Vittoria portò il lutto per il resto della vita e il gioiello nero diventò una moda, quasi sempre in giaietto, il jet di Whitby, un legno fossile leggero e caldo al tatto. Accanto al giaietto circolava la sua imitazione, il cosiddetto French jet, che era vetro nero; in vetrina i due si somigliavano, in mano no, perché il vetro pesa di più e resta freddo. La differenza fra un materiale vero e la sua copia raramente si vede, quasi sempre si percepisce al tatto.
La temperatura percepita dei materiali
Un pavimento in rovere e uno in marmo, nella stessa stanza e alla stessa temperatura, restituiscono al passo due percezioni termiche opposte, e non è suggestione. La pelle non misura la temperatura di un oggetto, misura quanto calore quell’oggetto le porta via, e la pietra lo sottrae in fretta mentre il legno lo trattiene vicino alla superficie.
Per questo una pietra in un ingresso d’estate dà sollievo e un legno in una camera dà raccoglimento, e la scelta non è di gusto, dipende da che cosa deve provare chi entra.
Ogni materiale porta con sé il proprio tempo
Juhani Pallasmaa, in The Eyes of the Skin del 1996, osserva che l’architettura del Novecento ha privilegiato l’occhio e trascurato gli altri sensi, mentre l’esperienza di un luogo passa dal corpo intero; Peter Zumthor, in Atmosfere, dedica pagine alla temperatura di uno spazio e al modo in cui i materiali si accordano fra loro. Tutti e due dicono, con parole diverse, che la qualità di un ambiente si misura in quello che la pelle, l’orecchio e il passo registrano senza che ce ne accorgiamo.
C’è poi una qualità che soltanto la materia vera possiede, la memoria. Il rovere si scurisce alla luce, l’ottone prende una patina dove la mano lo tocca, il cuoio si ammorbidisce dove ci si siede, la pietra si leviga sul percorso più battuto, e in semiotica si direbbe che ognuno di questi segni è un indice, la traccia fisica di quello che l’ha prodotto. Ogni segno lasciato dall’uso è la prova che quello spazio è stato vissuto, una firma che nessun catalogo può stampare.
Accostare materie diverse perché si valorizzino
Un materiale da solo dice una cosa, accostato a un altro di natura diversa comincia a raccontare. Il travertino poroso accanto all’ottone spazzolato, il rovere oliato accanto al lino grezzo, l’intonaco a calce opaco accanto a una pietra lucidata, la lana accanto al metallo, sono coppie in cui ognuno rende più leggibile la qualità dell’altro, perché il ruvido si percepisce meglio vicino al liscio, il caldo vicino al freddo, l’opaco vicino a ciò che riflette.
È lo stesso principio del contrasto che regge una pagina ben composta, applicato al tatto e alla temperatura invece che al bianco e al nero; un ambiente fatto di un solo materiale è monotono come un testo scritto tutto in grassetto, uno fatto di troppi materiali non ha più una voce. Il lavoro sta nel trovare pochi materiali che si rispondono, tre o quattro, e nel dare a ciascuno il suo ruolo.
Il materiale come lessico di marca
In una boutique, in un boutique hotel, in un albergo che porta il nome di una maison, i materiali sono il vocabolario del brand quanto il marchio e il carattere tipografico. Chi entra non legge il manuale d’identità, tocca il bancone, percepisce il peso della porta, cammina su un pavimento dalla risposta acustica piena o vuota, e da questi segnali deduce quanto vale ciò che vede esposto. Quando materia, forma e concept del brand dicono la stessa cosa, lo spazio diventa la prova fisica del posizionamento.
Quando il materiale finge
Per questo i rivestimenti che imitano un materiale vero, il laminato stampato a venatura di rovere, la ceramica che riproduce il marmo, il vinilico che finge la pietra, funzionano in fotografia e tradiscono dal vivo. L’occhio impiega poco a riconoscere una venatura che si ripete identica ogni tanti centimetri, il passo coglie la risposta acustica vuota del pavimento, la mano trova la stessa temperatura su tutte le superfici, e la sensazione che resta è quella di una scenografia. Una copia non invecchia, si consuma, e dove il materiale vero acquista carattere con gli anni l’imitazione mostra soltanto il supporto che stava sotto la stampa.
Non è una questione di prezzo, perché esistono materiali veri economici, l’intonaco a calce, il legno locale, la terracotta, il lino, ed esistono imitazioni costosissime. È una questione di sincerità verso chi vive lo spazio, e un ambiente sincero si riconosce come un brand sincero, non ha bisogno di dichiarare quello che è.
Dare a ogni ambiente la sensazione giusta
Un progetto d’interni comincia dalla stessa domanda di un progetto d’identità, che cosa deve provare chi lo vivrà, e la materia è la risposta più diretta perché arriva al corpo prima che alla mente. Una camera d’albergo che deve dare quiete chiede superfici opache, tessuti che assorbono il suono, legni che restano caldi sotto la mano; una boutique che deve dare precisione chiede pietra, metallo e luce controllata; in tutti e due i casi la forma viene dopo, quando la materia ha già detto chi è il luogo e a chi si rivolge.
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